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Ecco come l'onorava la sua città in altri tempi più grati (qui)


Mario Rapisardi
Mario Rapisardi
(Catania, 1844 - 1912)
"Ho creduto e crederò sino allultimo istante che flagellare  i malvagi e smascherare gli ipocriti sia opera generosa e dovere massimo di scrittore civile."


«Io preparo le valige per il viaggio nell'ombra, e la notizia d'un tuo lavoro sulla mia vita mi giunge grata come il saluto d'un buon amico al momento della partenza.
La mia vita è povera d'avvenimenti, e chi ha la generosa idea di narrarla, ha da contentarsi di uno studio sullo svolgimento delle mie opinioni, dei sentimenti, degl'ideali che hanno guidato la mia vita e che tutti si trovano riflessi nei miei libri.
D'inedito non intendo di lasciar nulla.
  Le molte lezioni scritte, non avendo più il tempo e la pazienza di farne un libro, le distruggerò probabilmente. Più che all'erudizione e alla filosofia io, in qualità di professore, mirai sempre all'educazione del carattere, cavandone gli esempi dalla nostra « storia letteraria ».
  Nient'altro di me saprei dirti; la mia modesta vita non merita molte parole, la descrizione che ne farà il principe dei biografi gioverà, spero, a far ricredere parecchi sul conto mio, a diradare la fosca leggenda, di cui mi hanno ravvolto i nemici, a far constatare che il diavolo non è poi così brutto come si dipinge, a servir di guida onesta e autorevole a coloro che avranno curiosità di conoscermi».
  "Eccomi dunque all'opera, senza l'aiuto diretto dell'amico, che io spero, del resto, conoscere abbastanza".
Angelo De Gubernatis - (Mario Rapisardi, biografia)

« Ma iu di chi nascii appi la sditta,
Lu vecchiu cori miu paci non trova.... »

Scendeva dalla sua casa al « tondo » Gioeni, in fondo alla via Stesicoro-Etnea: cappello largo, vestito nero, cravattone nero a farfalla, e un ombrello sotto il braccio, parasole o parapioggia secondo lo stato del cielo: alto, pallido, con la zazzera e i baffi lunghi e spioventi alla cinese: divisa da poeta e da pensatore ribelle. Faceva una sosta alla libreria Giannotta, il suo Zanichelli catanese: e di là con breve compagnia si recava verso le undici all'Università. Ciccio, il portiere con la barbetta rossa, annunciava sin dalla mattina: « Picciotti oggi cala Rapisarda »; e l'annuncio si propagava, e la folla in attesa era grande. Il poeta entrava solenne, in un fragore di applausi. Sedeva sulla cattedra di fronte ai banchi stipati, traeva dalla tasca il manoscritto della lezione - quella volta su Parini - e cominciava con tre parole: « Il prete, il birro, il pedante » che rivelavano il soddisfatto tumulto della sua ispirata fatica.

Con tali parole Concetto Marchesi rievoca fedelmente gli anni catanesi in cui frequentava le lezioni universitarie del fiero professore anticlericale e antimonarchico.

Arturo Graf - l'iscrizione che si legge nell'atrio dell'Università di Catania:

" Poeta e propugnatore - Mario Rapisardi - Accolse nell'animo - Espresse nel verso - I teneri e gli eroici affetti - Le aspirazioni e i voti - Della premente umanità - Le angosce dell'inscrutabile - La religione suprema - Del Tutto vivente. - Flagellatore imperterrito - D' ingiustizia di viltà di menzogna - Visse intemerato - Morì da forte - Esempio rimprovero ammonimento - A contemporanei ed a posteri ..."


Odio, nol nego, e di sì fosche bende
L'ira talor gli acri miei sensi allaccia,
Che con furor di flutti il cor si caccia
Contro chi il giusto opprime e il vero offende.

Ma come prima a' torvi occhi s' affaccia
L'Idea che le mie notti unica accende,
Ecco, Amor torna, e in cerula bonaccia
Sotto a lui la selvaggia anima splende.

Così, volgo maligno, entro il mio core,
Nell'opre mie, ne' detti miei sfavilla
Con alterna costanza odio ed amore :

Non l'amor tuo, che il mondo gabba e i santi;
Non l'odio tuo, che frigido distilla
Da la lingua de' preti e de' pedanti.  
Poemetti - L'impenitente XI




Epigrammi


Virtù mi parve, e forse era da pria,
Ma pestifero morbo ora diviene
Questo del mio pensiero abito intenso
Di penetrar le cose, e il come e il quando
D'ogni minimo effetto, e la ragione
D'ogni forma indagare, e scarnar tutte
Le viventi sembianze, e il verme e il nume
A inesorata anatomia supporre.
Perfin l'alto perchè (già che l'audace
Mente un perchè si finge) entro alle cose
Scovar presume, e con solenne sfida,
Poi che indarno il braccò, fremendo il chiama.
Tutta così mi si scolora intorno
La vita, tutto si disforma, e vano
Re d'un deserto io gemo. Il mio pensiero
Avvoltojo s'è fatto, e ne' miei caldi
Visceri il rostro insaziato affonda.




La critica italiana ai dì nostri, fatta una o due notevoli eccezioni, si riduce a due specie: la critica dei ditteri e la critica dei pachidermi.
  La prima è la critica giornaliera, giornalaia, e giornalesca: ronza, punzecchia, fa bordone dietro a questo e a quello, secondo il gusto, il parere, il tornaconto del bulicame di cui fa parte. Ha un criterio solo, ed è questo: ciò che piace a me e ai miei è bello, ciò che non piace è brutto.
La seconda è la critica dei dottori: grave, pesante, proboscidale.
Sì divide in due specie : critica filologica e critica storica. La critica filologica squarta le sillabe, notomizza le lettere: è la chimica, anzi l'alchimia delle parole. La critica storica studia i dati, ricerca le date, rintraccia le fonti, e in queste fonti spesso e volentieri sommerge e affoga il giudizio.
Mario Rapisardi
Rapisardi - Un poeta della Natura e del Mistero -
Saggio di Nunzio Vaccalluzzo - ed. R. Sandron 1930    (indispensabile per capire il Poeta)

A un amico che gli consigliava di fare una scelta delle sue poesie, perchè avec un gros bagage on ne va pas à la postérité, il Rapisardi rispose col sonetto « Precipita la notte », fiero di non rinunziare a nessuna delle sue chimere, pur preferendo per 1'arte il Giobbe, le Religiose, i Poemetti. Giudizio meritevole di attenzione, in quanto che l'affetto paterno per l'opera propria non gl'impedì di distinguere in essa due periodi, uno anteriore e l'altro posteriore al Giobbe.

Pochi sono i poeti che hanno la fortuna di trovar subito, quasi sull'uscio di casa, l'ideale che accenda la loro coscienza e ispiri la loro fantasia. Il Rapisardi tale fortuna non l'ebbe: anzi n'ebbe una non so se più bizzarra o crudele; che dopo d'essere stato applaudito per i suoi versi giovanili, quando si credette poi maturo per l'arte, fu così combattuto e vilipeso da rendere difficile una coscienziosa valutazione dell'opera posteriore, dalla quale poteva essere misurata vantaggiosamente la sua vera forza poetica.

Non è a dire che dopo la morte gli siano mancati giudizi equi e benevoli.

Il Pascal, che in un largo saggio rilevò l'essenza e l'originalità dell'arte rapisardiana, predisse ch'era destinata a risorgere: « Poesia meditativa e pensosa, scaturita da quell'eterna sorgente dell'umano dolore che par quasi per rnille rivoli alimentare perennemente il genio poetico; una poesia in cui ferve 1'esaltazione di uno spirito eletto dinanzi ai grandi problemi della vita e del mondo, una poesia in cui sono le ombre del mistero e le luci vittoriose della scienza conquistatrice ».

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Articoli per Mario Rapisardi - BloG


























































LaLa Commemorazione (redatta da Federico De Roberto)
è stata pronunziata al Teatro Massimo
dal Prof. Carlo Pascal (della R. Università di Pavia)
alle ore 14 del giorno 11 gennaio 1914







Ho scritto malissimo lo so; e non per la fretta e la furia con cui ho scritto; ma perchè non so far di meglio. Mi biasimerai? Non m'importa. Non ho nulla da perdere nella fama.

Se, nonostante ogni mio studio, non sono riuscito a far niente di buono, la colpa non è certamente mia: la botte dà del vino che ha.
Pietro